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L'eremo di Santa Lucia è un edificio sacro che si trova nei pressi di Rosia, frazione del comune di Sovicille: l'eremo è comunque situato nel territorio del comune di Chiusdino.
È situato poco oltre il ponte della Pia, sulla strada che da Rosia conduce al castello di Montarrenti sulla strada statale 73 Senese Aretina.
Le sue origini sono antecedenti al 1200 e si devono, probabilmente, all’eremita Bonacorso che viveva da queste parti. All’eremita, in seguito, si aggiunsero diversi seguaci che resero necessaria la costruzione di ambienti da adibire ad alloggi.
Negli anni successivi, nel 1216 e 1239 le diocesi di Siena e di Volterra ufficializzarono la comunità che vi era costituita concedendo indulgenze a tutti coloro che facevano offerte alla comunità stessa. La chiesa, che fu dedicata a santa Lucia, dovrebbe risalire al 1252 e la sua consacrazione al 1267.
Nell’eremo si sarebbe verificato anche un miracolo, la trasformazione dell’acqua in vino ad opera del priore Clemente da Osimo con un semplice segno della croce.
L’eremo è stato soppresso, anche se ha continuato ad essere abitato da alcuni frati, dalla diocesi di Siena nel 1575.
Dell'eremo agostiniano restano l'ala ove era ubicata la sala capitolare, aperta da una serie di arcate a sesto acuto, e i ruderi della cappella che concludeva la chiesa a unica navata. Il coro, a pianta quadrilatera, presenta ancora i peducci sui quali si impostava la volta a crociera.

 

 

Così lo decrive il Repetti nel suo Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana

 

EREMO o ROMITORIO DI ROSIA in Val di Merse.

Antico convento di Agostiniani Romiti con vasta chiesa (S. Lucia) sulla ripa destra del torrente Rosia, nella Comunità Giurisdizione e 9 miglia toscane a grecale di Chiusdino, Diocesi di Volterra, Compartimento di Siena.
Questo antico convento dei Romiti Agostiniani, ora ridotto ad uso di casa colonica della tenuta Spannocchia, cui resta a contatto il tempio de’SS. Antonio e Lucia, trovasi nella tortuosa gola del torrente Rosia, nella traversa della Montagnuola, fra Monte Arienti e il ponte di Rosia.
Il Romitorio di Rosia, al pari dei documenti superstiti ad esso relativi, rimonta al secolo XIII. Esso dové molto alla generosità della nobil famiglia senese de’Spannocchi, stata costantemente signora di quella vasta tenuta.
Imperocché, con istrumento del dì 16 dicembre 1225 rogato in Mont’Arienti, Gherardino de’Spannocchi permutò con fr. Palmerio priore degli Agostiniani dell’Eremo di S. Lucia di Rosìa un pezzo di bosco in luogo detto al colle, ricevendo in cambio altro pezzo di terra nella corte di Saja.

Con istrumento poi del 20 gennajo dello stesso anno 1225, ab incarnatione, il prete Gherardo Uguccione, rettore della chiesa parrocchiale di S. Maria a Montarienti, vendé a fr. Palmerio priore di S. Lucia di Rosìa, che riceveva per i suoi Romiti, una porzione di bosco situato in luogo detto Petraja presso il romitorio di Rosìa. Dal quale vocabolo di Petraja sembra potersi dedurre, che sino d’allora fossero aperte costà delle cave di marmo simile a quello di Montarienti, come infatti vi si trova.

Con altro rogito del 23 dicembre 1234 gli Eremiti suddetti donarono a prete Andrea canonico della pieve di Rosia per la sua chiesa la porzione del suolo che loro apparteneva al di qua del Vado di Fargeto, e dalla parte opposta tanto locale da costruirvi un mulino.
Con breve dato in Ischia, li 17 maggio 1267 Azzo vescovo di Grosseto concedeva indulgenza di 40 giorni ai suoi diocesani purché avessero soccorso con elemosine la chiesa dell’Eremo di S. Lucia di Rosìa della Diocesi Volterrana; e tre giorni dopo un simil breve fu dato in Marsiliana da Ruggieri vescovo di Massa Marittima.
Alla qual’epoca la stessa chiesa esser doveva presso al suo compimento, stanteché il pontefice Clemente IV, con breve del 27 novembre 1266, compartiva indulgenze a chi avesse visitato la chiesa dell’Eremo di S. Lucia di Rosìa nell’ottava della sua dedica.
Nel 3 febbrajo 1271, Zaccaria del fu Buonaccorso da Spannocchia, per rimedio dell’anima di suo padre e di donna Altigrada sua madre, donò a fr. Bonajuto priore dell’Eremo anzidetto un pezzo di terra in luogo denominato Acquavivola; e con altro istrumento del 3 aprile 1278, fatto presso lo stesso Eremo, Accorsino e Viviano del fu maestro grazia degli Spannocchi, venderono ai frati di S. Lucia di Val di Rosìa un pezzo di terra in l.d. Corte.

Finalmente nel 19 maggio 1286 Pietro del fu Palmiero de’Spannocchi alienò a fr. Filippo sindaco dell’Eremo di Rosìa tre quarte parti pro indiviso d’un pezzo di terra boschiva posto in Acquavivola. (ARCH. DIPL. FIOR. Carte di S. Agostino di Siena.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

Il Ponte della Pia è un ponte di origine romana, ricostruito in epoca medievale, che sorge lungo la Strada statale 73 Senese Aretina poco dopo l'abitato di Rosia nel comune di Sovicille, subito prima del Castello di Montarrenti.
Fu l'unico ponte risparmiato dalle demolizioni tedesche nel Padule di Stigliano nel 1944, e perciò utilizzato dalle truppe alleate.

Ancora oggi si può transitare sul ponte, ma bisogna prestare attenzione perché non ci sono i parapetti. Il manufatto è costituito da una singola arcata a tutto sesto ed è sorretto da un basamento con struttura "a scarpa", per evitare che le acque del torrente indeboliscano le fondamenta.

Il ponte risale ai primi anni del XIII secolo, collega le due rive del torrente Rosia ed in passato ha svolto un ruolo importante lungo il percorso della antica Via Massetana che collegava Siena alla Maremma, ed in particolare alle Colline Metallifere e Massa Marittima, da cui deriva il nome della strada.
Una volta attraversato il ponte ci ritroviamo dall'altro lato della gola dove si trova la strada, detta “manliana”, ricostruita e lastricata nel corso del XV secolo, che conduce all'Eremo di Santa Lucia a Rosia.

Da questo ponte, secondo la tradizione popolare, sarebbe passata la bella Pia, sposa infelice di Nello d'Inghiramo de' Pannocchieschi, per andare in sposa nel castello della Pietra, nei pressi di Gavorrano. L'evento è ricordato in un celebre canto del Purgatorio, nella Divina Commedia:

 "Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato della lunga via, / seguitò il terzo spirito al secondo, / ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fè, disfecemi Maremma:salsi colui che innanellata pria, /disposando, m'avea con la sua gemma".

 

Ai pochi fatti storici si sovrappongono decine di versioni sulla vicenda della Pia. Secondo le tesi più accreditate apparteneva alla famiglia Guastelloni di Siena, casato di nobili e banchieri. Rimase vedova nel 1290 di Baldo d’Aldobrandino dei Tolomei, da cui aveva avuto due figli. La tradizione dei matrimoni combinati la vide costretta a risposarsi a un nobile di un’altra importante famiglia: Nello dei Pannocchieschi. Allora i Pannocchieschi erano i potenti padroni di gran parte della Maremma.

Nello d'Inghiramo era signore del castello della Pietra, maniero dove avvenne l'uccisione di Pia de' Tolomei. Le versioni sulla sua morte si dividono: alcune vogliono che ella non potesse dare eredi a Nello e per questo costui la fece eliminare da suoi sicari, altre invece raccontano che Nello si era invaghito di un'altra donna, Margherita degli Aldobrandeschi, di nobile dinastia. Lo spietato consorte avrebbe fatto precipitare la Pia dai bastioni del castel di Pietra cercando di far passare il fatto come un incidente.

Un'altra versione della vicenda stabilisce invece che in realtà la Pia provenisse dai Malavolti, e fosse andata in sposa al signore di Prata, un piccolo vassallo degli Aldobrandeschi, di nome Tollo, forse proprio per suggellare un legame con Siena, che stava cercando, come poi riuscì, di espandersi in Maremma. Costui fu assassinato nel 1285 all'uscita della messa sul sagrato della chiesa dai suoi tre nipoti, mandando all'aria i piani senesi, e così segnando anche il destino della consorte.
C'è stato tutto un fiorire di leggende attorno a questa triste storia: non mancano versioni con avvelenamenti, con il tradimento della Pia, con Nello geloso, con Nello pentito per aver creduto in un tradimento che non c'era stato, e cosi via.
A coronamento del mistero una leggenda vuole che sul nostro ponte appaia il fantasma della nobildonna: alcuni giurano di avervi visto nelle notti senza luna una figura immobile e tranquilla, circondata da un pallido chiarore, vestita di bianco con un velo a coprire il volto.
Non ci è dato di sapere cosa leghi così profondamente il fantasma della Pia a questo luogo, più che a quello della sua morte in Maremma.