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Gli etruschi sono stati i primi in Italia a coltivare la vite a partire dalle varietà selvatiche. Era una pianta che vedevano nel loro ambiente naturale, di cui avevano già imparato a raccogliere i frutti nei boschi.
Infatti la vite selvatica, Vitis vinifera
sylvestris, è una specie autoctona dell’area mediterranea e,
soprattutto in Italia, trova le sue condizioni ideali. Ancora oggi è
possibile trovare viti selvatiche nei nostri boschi. Le varietà che
coltiviamo oggi derivano dalla vite selvatica, modificata attraverso
millenni di selezioni ed incroci attuati dall’uomo.
Gli Etruschi, sembra che coltivassero la vite fin dall’età del Bronzo, comunque almeno dal XII sec. a.C. Più tardi, con lo sviluppo della civiltà, essendo grandi navigatori e mercanti, ebbero contatti sempre più intensi con i popoli del Mediterraneo orientale (soprattutto con i Greci), dove cultura e tecniche viticole erano già più evolute. Questo permise loro di affinare le tecniche produttive, d’importare nuovi attrezzi e nuove modalità di lavoro. Vennero importati anche nuovi vitigni di origine orientale, il cui processo di domesticazione erano iniziato in epoca ben più remota nell’area del Caucaso. I nuovi vitigni vennero coltivati tal quali e anche incrociati con le varietà locali.
In questo modo la primitiva viticoltura etrusca s’affinò e crebbe nei secoli. Dal VI sec. a.C., vista la crescita in quantità e qualità della produzione del vino, cominciò anche il commercio oltremare. Gli Etruschi coltivavano le viti come le vedevano crescere spontaneamente nei boschi. La vite è un arbusto rampicante, una specie di liana. In un bosco, il suo ambiente naturale alle nostre latitudini, tende ad arrampicarsi su un albero per raggiungere il più possibile la luce (è molto eliofila). Non è però una specie parassita: la vite non interferisce con l’albero su cui s’aggrappa. Questa modalità di coltivazione etrusca è stata chiamata per secoli vite maritata. La vite è come “sposata” all’albero a cui s’avvinghia. Questa definizione non è d’epoca etrusca ma nacque più tardi, in epoca Romana. Gli Etruschi sembra che l’indicassero col termine di àitason.
Le viti erano allevate su soprattutto su aceri campestri, ma anche pioppi, olmi, ulivi ed alberi da frutto. In origine non erano potate, più tardi furono soggette a potatura lunga. La vite quindi tendeva a crescere molto, ad avere tralci anche lunghissimi. La raccolta dell’uva era effettuata con le mani o con falcetti, con scale appoggiate agli alberi, oppure usando strumenti dal manico molto lungo. La coltivazione delle vite in Etruria non era specializzata, così come rimarrà in prevalenza in Italia per secoli: non c’era una vera e propria vigna come la intendiamo oggi. Era invece promiscua con altre colture, alternata a campi di cereali, ulivi, alberi da frutta, ecc.
La vite maritata è rimasta nella cultura viticola
italiana fino a quasi i nostri giorni, in tutti quei territori dove in
antichità era arrivata la civiltà etrusca. In Campania esiste ancora oggi il confine fra la cultura viticola etrusca (più a nord) e quella greca.
In quest’ultima la vite era coltivata a ceppo basso,
senza sostegno o con sostegno “morto” (detto anche alberello). Il
confine è segnato, più o meno, dal corso del fiume Sele. Nelle terre che
conquistarono portarono la loro avanzata cultura viticola, diffondendola
anche presso i popoli vicini, come i Galli Cisalpini (la Gallia
Cisalpina corrisponde a buona parte dell’attuale nord Italia).
Gli Etruschi trasmisero molto della loro cultura anche alla nascente civiltà romana, compresa la viticoltura e la produzione del vino. Infatti, nella viticoltura romana antica, come testimoniato nel De Agri Cultura di Catone (II sec. a.C.), la coltivazione della vite era fatta alla maniera etrusca, maritandola all’olmo o al fico. L’àitason etrusco divenne l’arbustum (vitatum) latino, che Catone a volte chiama anche vinea, così come Cicerone. Con Varrone, nel De Re Rustica (39 a.C.) comparve però l’esigenza di distinguere due forme diverse di coltivazione. Molto probabilmente nella sua epoca stava emergendo una nuova forma di viticoltura, quella di derivazione greca già accennata sopra. L’arbustum rimase ad indicare la vite maritata. Vinea divenne il termine per indicare questa nuova coltivazione a vite bassa. Entrambe appartenevano alla categoria generale del vinetum (vigneto).
Per tutti i secoli successivi, la viticoltura italiana del Centro e del Nord è stata dominata da questi due sistemi, a seconda delle zone. Le alberate erano appezzamenti con viti arrampicate su alberi singoli, posizionati in modo casuale nel campo o con impianti regolari. Originarie dell’Etruria centrale, sono rimaste tradizionali soprattutto in Toscana (col nome di testucchio), Lazio ed Umbria. Le piantate formavano invece filari nelle zone di confine di un terreno o lungo gli argini dei fossi. Erano più diffuse nel centro-nord dell’Etruria e nelle zone di espansione a Sud, infatti rimasero tradizionali soprattutto nella pianura Padana e in Campania. La vite maritata continuò quindi a far parte del paesaggio agrario italiano anche dopo l’epoca classica e si ritrova infatti raffigurata nell’arte di tutti secoli.
Ad esempio, Gaio Valerio Catullo identifica la vite e l’olmo come moglie e marito nella “canzone nuziale di giovani e fanciulle” (Carmina, poema 62, traduzione di Mario Ramous): Come la vite che nasce isolata in terra spoglia non riesce ad alzarsi né a maturare l’uva, ma piegandosi sotto il peso del tenero fusto quasi sfiora con le sue radici il tralcio piú alto e da nessuno, contadini o buoi, è presa a cuore, se per caso si lega in matrimonio all’olmo tutti, contadini o buoi, l’hanno a cuore; cosí invecchia trascurata una fanciulla vergine, ma se a tempo debito stringe giuste nozze, eluso l’odio del padre, avrà l’amore di un uomo.
Il tema della vite maritata all’albero raggiunse però la sua massima diffusione grazie al giurista milanese Giovanni Andrea Alciato (1492-1550). Egli pubblicò una collezione di allegorie e simboli (riprodotti con xilografie), spiegate nel loro valore morale con brevi testi in latino. Il titolo era “Emblemata“, pubblicato ad Augusta nel 1531. Ebbe un successo straordinario in tutta Europa, con traduzioni in italiano, francese, spagnolo, tedesco ed inglese. Alciato creò un vero e proprio nuovo genere letterario, di grande successo anche nei secoli seguenti, l’emblematica. La vite maritata è riportata da Alciato come emblema dell’Amicizia e, nella sua forma più pura, dell’Amore, col titolo latino: Una vite, coperta di verde vibrante, abbraccia un olmo, asciutto per l’età e persino spogliato di fogliame. Riconosce il cambiamento naturale, e ringrazia con gratitudine i reciproci obblighi di servizio. E così con l’esempio ci consiglia di cercare gli amici quelli il cui patto di amicizia non è rotto nemmeno dalla morte. Grazie ad Alciato e al successo dell’emblematica, il simbolo della vite maritata all’albero ebbe un’enorme diffusione e comparve in moltissime raffigurazioni artistiche, in poemi ed opere letterarie di tutta Europa. La vite maritata di origine etrusca, mediterranea, divenne quindi un simbolo culturale decontestualizzato. Dall’Ottocento la viticoltura divenne una scienza e fiorirono numerosi trattati agrari che descrivevano nel dettaglio i sistemi tradizionali italiani. La viticoltura italiana dell’epoca, nel centro-nord, era rimasta ancora di base quella dell’arbustum italicum (alberata) e dell’abustum gallicum (piantata) dell’antica Roma.
Da questi due
archetipi, si erano però differenziati miriadi di sistemi diversi. Gli
stessi studiosi ammettono che sono difficili da elencare in tutte le
varianti possibili. Inoltre c’è parecchia confusione nei termini,
rispetto al passato. Si usa spesso il termine alberata per indicare sia
l’uno che l’altro sistema.
Si usano ancora soprattutto l’olmo, l’acero e il pioppo. Perché, per un tutore vivo, l'ideale è una pianta con un apparato radicale e chioma che interferiscano poco con lo sviluppo della vite. Così è l’acero (Acer campestris), beniamino delle vigne fin dagli antichi Etruschi. È lento d’accrescimento, ha poche radici che scendono in profondità e non intralciano quelle delle viti. La chioma, poco folta, è facilmente modellabile con la potatura. Si adatta bene anche ai terreni poveri e poco profondi. Il sistema più semplice, il vecchio arbustum italicum, era chiamato testucchio. Era diffuso soprattutto in Toscana, ma anche nelle Marche e Lazio, con modalità d’impianto e potatura un po’ diverse. Si usavano soprattutto aceri. Fra i testucchi si potevano anche coltivare delle viti basse, appoggiate su pali, formando così il filare o filone pieno. Nel Casertano si trovavano soluzioni simili, ma con le viti intermedie coltivate alte. Il “sistema chiantigiano” era basato sempre sull’acero, i cui rami erano potati per stare in orizzontale ed unirsi a quelli dei vicini, ottenendo una sorta di spalliera continua su cui s’arrampicava la vite.
Una prima “botta” derivò nel 1920 dalla decimazione degli olmi, per una malattia causata da un fungo arrivato dall’Asia (la grafiosi). Egli elenca gli svantaggi di questo sistema rispetto al tutore morto (palo): ci vuole più tempo per raggiungere la normale produzione, gli alberi ombreggiano la vite, le uve maturano più tardi, ci sono maggiori esigenze di concime (sia della vite che del tutore), maggior difficoltà e spesa nella potatura e di tutti gli altri lavori (dai trattamenti alla vendemmia).
Eppure aveva resistito per tanto tempo anche per
vantaggi indubbi, elencati dallo stesso Cavazza, come la grande
longevità della vigna, veramente secolare. Inoltre i tutori davano
anch’essi prodotti utili all’economia agricola, come il foraggio per gli
animali e le fascine. Gli alberi proteggevano in parte le viti da brina
e grandine. Fra gli alberi si potevano coltivare altre specie agricole,
… Balza agli occhi come questi vantaggi appartengano però ad
un’agricoltura promiscua, ad un mondo contadino che nel Novecento era
ormai al tramonto.
Infatti il secondo dopoguerra ha visto una profonda trasformazione del mondo contadino italiano. La realtà produttiva moderna richiedeva ormai una viticoltura altamente specializzata. In questo nuovo mondo la vite maritata, sopravvissuta per oltre tremila anni, non ha più trovato posto. L’Italia ha certamente sacrificato tanto della sua cultura contadina alla modernità. L’importante è non perderne la memoria, perché è parte della nostra storia.
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