Paesi, città, costumi, governanti, i potenti, il popolo

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L'uomo fa il luogo, e il luogo l'uomo.
Ogni paese al galantuomo è patria sua.
La patria è dove s'ha del bene.
Ovunque vai, fa' come vedrai.
Paese che vai, usanza che trovi.
Chi ama il forestiero, in capo al mese monta a cavallo, e se ne va al paese.
Paesi fecondi, rendon molti vagabondi.
Gente di confini, o ladri o assassini.
Le nazioni smaltiscono diversamente il dolore: il Tedesco lo beve, il Francese lo mangia, lo Spagnuolo lo piange, e l'Italiano lo dorme.
In Italia troppe feste, troppe teste, troppe tempeste.
I Francesi non dicono come voglion fare, non leggono come scrivono, non contano come notano.
Al Francese un'oca, allo Spagnuolo una rapa.
Francese furioso, Spagnuolo assennato, Tedesco sospettoso.
Il Francese per amico, ma non per vicino, se tu puoi.
Signore spagnuolo, e pasticciere francese.
Uomo di Spagna ti fa sempre qualche magagna.
Guerra spagnuola, grande assalto e poi buona ritirata.
Francese per la vita, Tedesco per la bocca.
Dove stanno de' tedeschi non vi può stare Italiani.
Tedeschi, intendono più che non sanno esprimere.
Milano la grande, Vinegia la ricca, Genova la superba, Bologna la grassa, Firenze la bella, Padova la dotta, Ravenna l'antica, Roma la santa.
Chi si fida di Greco, non ha il cervel seco.
Inglese italianato, è un diavolo incarnato.
In Tirolo si semina fagioli e nascono sbirri.
Milan può far, Milan può dir, ma no può far dell'acqua vin.
La Lombardia è il giardino del mondo.
Il bianco e il nero han fatto ricca Vinegia.
Veneziani, gran signori, Padovani, gran dottori: Vicentini, magnagatti, Veronesi, tutti matti: Udinesi, castellani, col cognome di Furlani, Trevisani, pane e trippe, Rovigotti, Bacco e pippe: Bergamaschi fa coglioni, I Brescian, tagliacantoni: Ne volete di più tristi? I Cremaschi brusa-Cristi.
Non ha Vinegia tanti gondolieri, quanti Vicenza conti e cavalieri.
Non sono in Arno tanti pesciolini quanti in Venezia gondole e camini.
Il Bergamasco ha il parlare grosso e l'ingegno sottile.
Nel monte di Brianza, senza non si danza.
Pan padovano, vin vicentino, carne furlana, trippe trevigiane.
Bologna la grassa, ma Padova la passa.
Veronese, bella mano.
Genova, prende e non rende.
Genovese aguzzo, piglialo caldo.
Guardati da Toscan rosso, da Lombardo nero, da Romagnuol d'ogni pelo.
Firenze non si muove, se tutta non si duole.
Il Fiorentino mangia sì poco e sì pulito, che sempre si conserva l'appetito.
Chi sta a' marmi di Santa Maria del Fiore, o è pazzo o sente d'amore.
Fiorentini ciechi, Senesi matti, Pisani traditori, Lucchesi signori.
Fiorentin mangia fagioli, e' volevan gli Spagnuoli; Li Spagnuoli non venuti, Fiorentini becchi cornuti.
Tre cose son difficili a fare: cuocere un uovo, fare il letto ad un cane, ed insegnare a un Fiorentino.
I Sanesi hanno sei nasi.
Panno senese, si rompe prima che si metta in dosso.
San Geminiano dalle belle torri e dalle belle campane, gli uomini brutti, e le donne befane.
Maremmani, Dio ne scampi i cani.
Pisa, pesa per chi posa.
I ladri di Pisa, di giorno si leticano, e la notte vanno  a rubare assieme.
Meglio un morto 'n casa che un Pisano all'uscio.
Chi vuol vedere Pisa, vada a genova. [1]
Romaneschi, non son buoni né caldi né freschi.
Chi lingua ha, a Roma va.
A passo a passo si va a Roma.
Tutte le strade conducono a Roma.
Roma non fu fatta in un giorno.
Meglio essere a Roma senza padrone, che per la strada senza quattrini.
In Roma più vale la cortigiana, che la donna romana.
Roma, doma.
Roma non fu matrigna a nessuno.
Roma travagliata, ché chi ha bella moglie vive d'entrata.
Vedi Napoli e poi muori.
Napoletano, largo di bocca e stretto di mano.
I Salernitani ingannano il Diavolo.
Chi vuol provare le pene dell'inferno, la state in Puglia e all'Aquila di verno.
Il Po non sarebbe Po, se l'Adda e il Ticino non ci mettesser co' (capo).
Pugliese, cento per forca e un per paese.
Tevere non cresce, se Sieve non mesce.
Con poco cervello si governa il mondo.
Un furfante governa cento poltroni, e cento poltroni non governano un furfante.
Nel governo più importa saper comandare che obbedire.
Chi non sa scorticare intacca la pelle.
Il fisco è come l'idropico.
Chi non sa fare, non sa comandare.
Chi disse ragion di Stato, disse un tristo; e chi disse ragion di confino, disse assassino.
Negli Stati il sospetto, si punisce per l'effetto.
Gli inconvenienti degli Stati sono come i funghi.
Chi dice parlamento, dice guastamento.
I partiti fanno andare gli uomini in galera.
Corte e morte, e morte e corte, fu tutt'una.
Chi troppo mugne, ne cava il sangue.
Non è buon re, chi non regge sé.
Chi non sa fingere, non sa regnare.
L'avarizia de' re, peste de' regni.
Chi mangia l'oca alla corte, in capo all'anno caca le penne.
Chi è in corte è destinato, se non muor santo, muor disperato.
I favori delle corti sono come sereni d'inverno e nuvoli di state.
I cortigiani hanno solate le scarpe di buccie di cocomero.
Chi ha prete o parente in corte, fontana gli risurge.
Non cercar mai d'udire da' Principi quel ch'e' non voglion dire.
Il gran signor non ode, se non adulazion, menzogna e frode.
Adulatori e parassiti sono come i pidocchi.
Bocca unta non può dir di no.
Nelle stracce e negli straccioni s'allevano di gran baroni.
Paura de' birri, desìo di regnare, fanno impazzire.
Sogni de' principi, ricchezze de' poveri.
Riso di signore, sereno d'inverno, cappello di matto, e trotto di mula vecchia, fanno una primiera di pochi punti.
Nuovo signore, nuovo tiranno.
Tumulto presente, rigor pronto.
Il peccato del signore fa piangere i vassallo.
Tirannia, tumulto e farina, delle città son la rovina.
Signor di maggio dura poco.
E' meglio città guasta, che perduta.
L'ordine è pane, e il disordine è fame.
D'un disordine nasce un ordine.
Quando il cieco porta la bandiera, guai a chi vien dietro.
Val più una frustata che cento arri là.
Mai sbandito fe' buona terra.
Chi maneggia, braveggia.
Una noce in una vigna, una talpa in un prato, un legista in una terra, un porco in un campo di biada, e un cattivo governatore in un città, sono assai per guastare tutto.
Chi ha molti dà terrore, di molti abbia timore.
Chi fa temere ogni uomo, teme ogni cosa.
Chi più teme, minaccia.
Chi è più alto, è il bersaglio di tutti.
Chi ben siede, mal pensa.
Chi è in alto, non pensa mai al cadere.
Chi è ritto può cadere.
Spada in bassa mano, non è senza taglio.
Tra la briglia e lo sprone, consiste la ragione.
Cavaliere senza sproni, cavalier de' miei coglioni.
Quando la merda monta in scanno, o che la puzza o che fa danno.
Ognuno vorrebbe il mestolo in mano.
Il pesce comincia a putir dal capo.
Dal capo vien la tigna.
Chi ha il mestolo in mano, fa la minestra a modo suo.
Il campanile non migliora la cornacchia.
Il buon pastore tosa, ma non iscortica.
Chi serve al Comune, non serve a nessuno.
Chi mangia la torta del Comune, paga lo scotto in piazza.
Chi fonda sul popolo, fonda in sulla rena.
Non bisogna mostrare i cenci al popolo.
Chi vuol bene dal popolo, lo tenga scusso. [2]
Pane e feste tengon il popol quieto.
Pantalon, paga per tutti.
Pane in piazza, giustizia in palazzo, e sicurezza per tutto.
A popol sicuro non bisogna muro.
Le secchie si mettono a combattere col pozzo, e ne portano la testa rotta.
L'acqua e il popolo non si può tenere.
Il pesce grosso mangia il minuto.
Guelfo son io e Ghibellin m'appello; chi mi dà più, io volterò mantello.
Al più potente ceda il più prudente.

[1] Il detto trae origine dal gran numero di pisani che i genovesi condussero prigionieri nella loro città dopo la vittoria navale della Meloria, il 6 agosto 1284, che vide la fine della potenza marittima di Pisa.

[2] "Scusso", aggettivo ora caduto in disuso, significa "privo di tutto". In Toscana si diceva "mangiare pane scusso", cioè senza companatico.