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La strada tortuosa che da Siena conduce all'Orcia

traverso il mare rosso

di crete dilavate

che mettono di marzo una peluria verde

è una strada fuori del tempo, una strada aperta

e punta con le sue giravolte al cuore dell'enigma.

 

Reale o irreale, solare o notturna -

assorti ne seguivano

il lungo saliscendi

di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di tormento.

Reale o irreale, solare o notturna -

interroga negli anni

la mente - e l'idea di vita le si screzia

d'un volto doppio imprendibile -

interroga il pianeta duro della landa,

i poggi bruciati, le sparse rocche.

E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.

Pensieri tirati sulla corda

d'un'interrogazione senza fine

non lasciano vivere, non hanno risposta.

Lo intende bene lei passata da quelle dune.

 


 

...che questa terra, tutta fatta dall'uomo, dai suoi sudori, dalle sue

fatiche, per secoli e secoli, per generazioni umili e tenaci, splendida

perché sempre sottovoce e mai a gola spiegata, con

un'aria che l'avvolge come se fosse una sua atmosfera

privata e non quella di tutti, con un cielo che è come

una pittura a tempera, che quando è limpido traspare, e quando

non è limpido reca nuvole di panno e di feltro, dense, quasi non

contenessero pioggia né grandine né neve, ma fossero l'esatto

contrappeso aereo di questa terra secca e dura...

 

Io la guardo, in una giornata che sembra di vedere anche attraverso

le montagne azzurrine, così azzurre là all'orizzonte, così limpide

all'orizzonte: è fresco ancora, il grano sembra tratteggiato a mano,

come quando da bambini si fa (o si faceva) le aste, e le viti non

hanno messo, e gli ulivi vengono potati, diradati, sembrano fatti

di fiato più che di foglie: e mi dico, ma è proprio vero che queste

cose non debbano dir niente più a nessuno, che non ci sia tempo

per fermarsi a guardare? Fermarsi a guardare delle cose che non

cercano di farsi guardare, e non sembra neppure che siano fatte per

essere guardate: sono filari, sono cipressi, sono prati, sono campi

lavorati. C'è una ragione in tutto questo, uno scopo, un utile. E tu

invece li guardi, ti fermi lì, e quasi a bocca aperta, come fosse uno

spettacolo meraviglioso. Ed è uno spettacolo meraviglioso: un attimo

di sospensione, uno jato felice fra ieri e domani, in cui ad un tratto

l'oggi t'attraversa e si ferma: qualcosa che merita di essere vissuto.

Né si consuma.

 


 

La terra senza dolcezza d'alberi, la terra arida

che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto

e incresta in lontananza

(inganno o verità

miraggio o evidenza -

insidia a lungo la mente

una tortura di dilemma) sperdute torri, sperdute rocche

è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa

che lascia transitare i pensieri

però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.

Inganno o verità, miraggio o evidenza -

Smarriti ne seguivano i lineamenti

con la testa rialzata sopra i quaderni

trasmettendosi oscura una domanda

e un indecifrato avvertimento i miei compagni di banco.

 

Inganno o verità, miraggio o evidenza -

sarebbe poi negli anni

tornata spesso la mente al suo non sciolto enigma.

E nel sangue la febbre,

nella febbre la fiamma

d'un'aspettazione incolmabile - ne sai niente?

 


 

Nel silenzio del Senese

dalla somma dei giorni per sottrarne

un giorno solo chiaro d'infinito,

cammino per le crete delle marne

pezzate d'ocra, strutte dall'attrito

dei venti nel silenzio del senese.

A San Quirico d'Orcia la frittata

col pane, col biscotto delle chiese

accostate sull'uscio, la giuncata

di latte tra le foglie, magra, sciocca:

un sapore di fresco, quanto basta

per avere alle labbra sulla cocca

del tovagliolo il riso che sovrasta

l'aria, l'eterno fuso della spola

cha trama e impaglia l'ora meridiana.

Come all'acqua che goccia sulla mola

s'affila il lustro dei coltelli, sgrana

la cascata di ghiaia le sue latte

splendenti, il rovinìo delle gelate.

Che sia fiero lo sguardo, forse batte

il cavallo dei secoli le date

delle lapidi incise nel baleno.

Forse giunge notizia dal sereno

di un grido che non s'ode a che ripete

di ghiaia in ghiaia il mormorio del Lete.

 


 

Passata Siena, passato il ponte d'Arbia

è lei, terra di luce

                          che sempre, anche lontano,

inseparabilmente mi accompagna.

- Grazie, matria,

per questi tuoi bruciati

saliscendi, per questi

aspri Celimonti

a cui, calati al fondo

d'un balzo ci levi alti,

per questo nostro errare nel tuo grembo

sbattuti tra materia

e luce, tra natura e sogno

sbattuti continuamente

                            eppure aguzzi

come freccia verso il bersaglio,

da dove che sia aprigli il tuo regno,

fosse pure il trascorrere di un'ombra

dal nulla al nulla, fluisca sopra il tuo schermo.

Questo era il mio viaggio

o il viaggio della mia preghiera.

Mio? di lei?

 


 

Questa campagna, voi la visualizzate subito, con i suoi cipressi, i suoi

ulivi, i suoi filari, ordinata e pulita come una casa povera dove tutto

è al suo posto. Ma non è così o no è solo così. Si può

capire meglio, forse, guardando un cane che dorme, una

vacca che, distesa, digruma, e si vede quella pelle spessa

che segue il corpo e là ricasca, qui fa una piega o un montarozzo,

ma senza stacco: continua al di sotto, perché è un corpo con i suoi

muscoli e l'adipe, mentre le ossa sono come un fossile dentro la terra.

Ora la campagna toscana è così, come una grossa bestia che riposa

e le terra segue i muscoli, li rimodella teneramente. Perché tenera è

questa terra grassa e arida, da cui come l'acqua dalla terra di Mosè,

scaturisce il vino più secco, l'olio più etereo.

 

Il senso di una bestia docile, casalinga, che ti dorme al piede, cane

o gatto che sia, un che di lento, di misura che non è mai colma e

di un silenzio che si deposita fra i colli, riempie gli spazi, acquieta.

Qui, non colori forti, dove il verde più acceso, in estate, è quello dei

pampini delle viti, subito velato come da una pruina, per il rame e lo

zolfo, mentre gli alberi, o scuri come i lecci, o argentei come gli ulivi,

o di un verde tremulo come i pioppi, stanno sempre almeno un tono

sotto rispetto a un verde più verde, che solo le persiane riescono a

dare invece all'ottava sopra, ed è come se si facessero zittire dagli altri

colori.

Anche la terra lavorata di fresco, e senza squillo, è la terra d'ombra

dei pittori, o la terra di Siena, appunto, un ocra giallognola ma non

gialla, o rossastra ma non rossa, come in Provenza, ad esempio, o in

Sicilia. La terra lavorata, così tufacea o scheggiata, o piena di ciottoli,

sembra sterile o quasi, e quando il primo grano spunta, così gracile,

proprio pare vista con la lente; e che quei fili tanto sottili solo con

la lente si possono vedere, e confettini quei ciottoli, e sverze quelle

schegge.

I fiumi non sono fiumi, ma torrenti, serpicini ingannevoli che girano

intorno alle pietre come a schivarle, e pare che dicano: ma come

siamo limpidi, e hanno due gocce d'acqua.

 


 

Riemerge in lontane chiarità

dalle sue latebre azzurre

e grigie, si sveglia,

terra orciana,

alla nostra prima smania

fino alle ultime pendici

                              ed apre

nebulosa

ancora, opalescente

                              la sua oasi

a questa pausa

                              della nostra traversata.

Pausa?

           o non lenta

illuminazione

           del torbo e dell'oscuro

del cuore -

           e intanto ascesa

del fragore

chioccio e sordo

           degli uccelli verso il canto,

il silenzio,

           il canto ancora

                     e il grido di felicità

                     nel colmo

del giorno...

e questo passa

 


 

In tutti i deliziosi borghi della nostra ubertosa campagna i contadini si apprestano ad iniziare i riti millenari della vendemmia.
Ho cercato di descrivere tale momento magico e festoso, mi accorgo però che le mie sensazioni, danno solo una pallida idea della opulenta bellezza che la natura ci mostra.


COLLINE SENESI ALLA VENDEMMIA

Colline dorate
baciate dal sole
che indugia caldo generoso
a granire acini sodi e zocche mature.
Voi nei declivi assolati
immemori del tempo,
perpetuate il senso della vita
nell’uomo che fatica a dissodare
la zolla aspra ferace.

Vi amo dolci colline
e con sguardi incantati
carezzo la linea sinuosa
dei morbidi clivi ,ove le viti
in fuga verso il pianoro
civettano col vento
che gioca scherzoso
coi pampini verdi dell’uva.
Nuvole ovattate galleggiano
lievi nel cielo sereno
pronte a sfinirsi per l’arsura
della terra madre.

Presto abili mani
taglieranno nette dai tralci
il frutto maturo.
Fra canti e risate
orberanno le siepi ferite
fino alla prossima vendemmia.
Un vino profumato
denso d’antichi aromi
sarà premio gradito alla fatica
e scintillando frizzante
nei bicchieri esalterà le menti
inebriando i cuori
come nella stagione degli amori.

 

 
Mi piace immaginare che la mia amata Siena, sia
una nobile signora, misteriosa ed altera, la cui sublime solitudine venga violata da drappelli di frettolosi turisti, che solo raramente riescono a
disvelare tutta la sua gotica ed enigmatica bellezza.


PIAZZA DEL CAMPO

E’ incupita la torre
e a buon diritto
cova un’ansia liberatrice
di placida quiete.
Lei la Superba
dai gotici sguardi sospesi
nel damasco del cielo.
Ancora si commuove
per l’agonia degli ulivi,
che oltre le mura
fecero posto all’abitato amorfo
sorto a casaccio.
Piccioni imprevedibili frullano
voli fra tartine e caffè.
Incalza il vorticoso giro
del turista, con sosta
al Beauburger tutto compreso.
Corpi discinti
lasciano timbri di sudore
sul logoro impiantito,
coscienza storica
di memori battaglie.
Nuovi conquistatori senza pedaggio
assediano il sacrario - cuore
di natie generazioni.
Ignari delle risse e del sangue
bollente e recidivo
che flusso vivo è sopito
nelle vene pazienti dei senesi.
 

 
Canto d' amore per Siena, la mia amatissima
e regale città. La sua figlia riconoscente.....

A SIENA MIA

Siena mia dolce,
madonna addormentata,
mollemente adagiata
su ubertose colline
ove fronde d’ulivi
si vestono d’argento.
Vigila sul sonno senza tempo
l’esile torre che svetta snella
su vetuste case. Nidificano
tra gotici bastioni le brune
taccole e svolazzano ignare
delle umane cose.
Ti ridesti dal languido torpore,
nella calda stagione .

Ornata di vessilli discendi
in piazza, ivi pulsan vibranti
animi fieri della gente tua.
A sera, mentre i tamburi
rullano in sordina, tremule
fiaccole rammentano alla luna
antiche trame di rudi cavalieri
ti riaddormenti placida ed altera,
sul letto incastellato dalle mura
e sogni fra bandiere
che gonfiano di vento,
le gesta vittoriose dei destrieri.
 

 
In attesa che il cuore batta all'impazzata per la
corsa del PALIO..........

P A L I O

Veglia nell’opacità della notte
il cuore sospeso del Barbaresco.
Invoca, nelle spente
ore di sonno, il privilegio
del fato imponderabile.
Sul tufo friabile
il rito incessante si ripropone.

Si odiano le avverse contrade
e sognano la vittoria contesa
con esaltazione violenta.
L’animo fiero del cavallo
spasima invano nell’ultimo scarto,
lo splendore di una gloria inebriante.

Scaltro il fantino
mercenario del coraggio, colpisce
implacabile la criniera tenebrosa
e con segreti inganni
la corsa temeraria vince.
 

 
In questi tumultuosi giorni palieschi, la mia splendida amatissima città, come una vezzosa donzella, ammantata di seriche bandiere si veste a festa.
In uno sfolgorio di suoni e colori, gli appassionati contradaioli, sciamano per le strette vie e in cuor loro sperano d'esser finalmente vincitori.

UN SENTIERO DI PIETRE

Un sentiero di pietre
cinge le mozze torri
ove del sole il raggio
snida le celle d'ombra
e la rosa di maggio
inonda orti e balconi.

Città mistica e profana
la tarsia dell"Ermete
e la cumana Sibilla
son rivali alla tarsia di Mosè.
La carsica Diana muove
sommessa l'onda.

La Vergine Signora
delle mura sventa i perigli .
Un calmo timoroso abbandono
consente al popolo senese
virile libertà di vita
e un volontario isolamento

Popolo fiero il mio
ostinato, belligerante.
Fido custode di reperti,
degno di somma gloria
per quella vittoriosa
Montaperti che fece storia.

Odi violenti fioriscono
nelle vetuste armature dei prodi
ardenti amori dilagan per le vie
fra gaie risa e canti
che il rubro Chianti allieta.

E Sunto il campanone
che dalla torre mira
fra sé sospira irato
per quel nobile vino
celato nel Bastione.
 

 

La poesia è dedicata alla quieta vallata, ammantata da ombrosi boschi, che si estendono da Sovicille a Trecciano ed oltre.
In questo armonioso tratto è ubicata Palazzone con la sua annosa torre. Palazzone è stata per lungo tempo, la mia amata casa di campagna circondata dalle splendide colline della "Montagnola".


RITORNO ALLA TERRA

“Non ha il senso vero della vita,
chi non abbia il senso vero della morte”
( Don Giuseppe De Luca)

Quando l’ora verrà,
obliata da tutti
vorrei venir sepolta
nelle viscere amiche
di silenti colline.
Là nella tarda primavera
d’un lilla tenue si vestono
i giaggioli. Pigro il vitigno
s’aggrappa all’olmo solatio
e la sterrata polverosa via,
serpeggia ansante per la Montagnola.
Neglette viole s’inforrano nei boschi,
ove leprotti saettano leggeri.
Profumano di muschio giallarelli
e porcini al ceppo nodoso
dei lecceti. Mielano in dolci
bugni le api dorate.
E nell’agreste quiete
che al tempo sopravvive,
cessa lo sgomento di vivere
e grato mi diviene anche il morire.

 


 

 

Magia delle crete senesi

Uccelli loquaci volano bassi
nel cielo luminoso, cilestrino.
Sorvolano casali, precipizi,
le gole strette dei calanchi,
Profilano di neri arabeschi
i fianchi morbidi delle colline
dove l’ingorda pecorella bruca.

Cipressetti impettiti
coi verdi pensieri arsi dal sole
sognano miraggi d’ombra,
rugiade del mattino.
L’anziano contadino rincorre
tra rovi di more ed arbusti
l ‘indomita capretta che guizza,

salta, scalcia, poi trotterella
in fretta verso il laghetto.
Lì gracida l’allegra raganella.
Come è silente e placida
la vasta quiete, che sovrana cinge
il biondo tremolio delle stoppie.

La soave campagna, è bella
da mozzare il respiro.
Rapita dall’arcana malia,
m’assale il desiderio di qui
sostare e non andare via.

 

 

 

Casella di testo: Cristina Burchi
In gita sulle colline senesi

Ogni volta è una meraviglia sulle colline scendere e salire,
gli occhi sono estasiati dal fermo panorama e vien da dire:
che bellezza, che magia, sembra di tornar indietro nel tempo,
alla vita dei contadini, alla ruralità dei primi del Novecento.

Mentre il mio fidanzato tra una curva e l’altra guida attento,
io mi guardo intorno, mi innalzo e sogno fino allo sfinimento.
Siam fra morbide colline verdi, marroni, rossicce e color sabbia,
di rotolarmici lentamente sopra, giuro, avrei una grande voglia.

Ci fermiamo a San Galgano e pranziamo sotto alcuni pini,
ci riposiamo, giochiamo a carte, poi ci diamo due bacini.
Visitiamo la poderosa Abbazia a tre navate e senza tetto,
poi la famosa Spada nella roccia nel Chiesino benedetto.

Dopo aver scattato delle foto, decidiamo di proseguire il giro,
la pace e la calma che stanno intorno davvero tolgono il respiro.
E’ anche bello, in questa calda estate, esser dal vento accarezzati,
della campagna perfino gli odori di fieno e letame sono apprezzati.

Queste alture del Senese sono un autentico Paradiso,
un patrimonio naturale, sarai tu del mio stesso avviso.
Ogni volta che ci torno in auto, in moto o in bicicletta
rimango assai stupita e vorrei esser una cavalletta.

Così da poterci rimanere e nell’erba saltar lieta,
frinire ai ricci e alle cicale, poi dormire mansueta.
Esser quindi svegliata dal canto dei fringuelli,
girare per i campi e sorrider a passeri e merli.

Ma sono una ragazza in una gita giornaliera,
sono fuori da stamani e rincaserò stasera;
a volte soffro d’insonnia ma di una cosa sono certa
che stanotte dormirò bene grazie alla nostra trasferta.