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La
Chiesa abbaziale di San Galgano è da considerarsi tra le
principali realizzazioni dell'Ordine cistercense in Italia.
Costruita nel terzo decennio del XIII secolo, ha stretti
collegamenti stilistici con le abbazie di Fossanova e di
Casamari, che la precedettero di poco nel tempo, e ripete perciò
i canoni più puri dell'architettura cistercense francese. La
chiesa ha l'impianto basilicale a tre navate che si concludono
in un ampio transetto sporgente, divise da una successione di
pilastri cruciformi. Il profilo degli archi, le nervature di
sostegno delle volte che partono da mensolette coniche, la
doppia cornice marcapiano sopra le arcate, gli "occhi" che
sormontano le ampie bifore e certi caratteri di queste,
unitamente alla grande sobrietà di tutto il complesso, sono
motivi tipici dell'architettura che i Cistercensi portarono
dalla Francia.
Ed è qui, a poca distanza dalla cappella del monte Siepi, che si trova ciò che resta…ma che resti!..dell'Abbazia cistercense di San Galgano. Quei monaci si piazzavano o in luoghi desolati, bonificandoli, o laddove c'era un gran flusso di pellegrini diretti a un qualche luogo santo, o da esso reduci, ristorandoli e se necessario curandoli. L'Abbazia di San Galgano fu meta di innumerevoli pellegrini richiamativi dall'aurea leggenda di San Galgano. L'abbazia fu rigogliosissima per secoli, da qui irradiandosi in altre contrade della Toscana, conducendo qua e là importanti bonifiche e condizionando perfino, col peso della sua potenza economica, la politica della repubblica senese. Poi il declino, che ebbe inizio nel XVI secolo - fra le cause il mutato gioco di influenze e il progressivo assottigliarsi del numero dei monaci - e doveva concludersi due secoli dopo, quando l'abbazia fu abbandonata dal suo ultimo monaco; ma già il campanile era crollato e andavano crollando pure il tetto e le mura (il cui materiale di resulta doveva essere lungamente, impunemente saccheggiato). Al presente dell'Abbazia rimangono le sole strutture portanti, ripulite e consolidate. Uno scheletro di chiesa, certo, "ma non esiste al mondo uno scheletro più bello", dirà Giorgio Batini: il quale così ha "fissato" la magia del luogo: "... un fantastico scenario che ha per pavimento un prato verdissimo e per tetto un cielo tutto azzurro... Tre navate, una fuga di pilastri, di volte, di archi, di membrature, un immaginoso fiorire di capitelli, un alternarsi di travertino e di cotto, uno spalancarsi di cento occhi verso il cielo (rosoni, bifore, finestre ogivali), un magico gioco di ombre e di sole, un irrequieto volo di piccioni, una serenità e un silenzio che non sono di questo mondo". |