Le case Leopoldine in Bettolle

 

<< Bettolle << Sinalunga   << Home >>

 

In Valdichiana, sotto il governo di Pietro Leopoldo, non ci si preoccupò soltanto di applicare le tecniche più idonee ed avanzate per ottenere una buona regimazione idraulica, bensì l'azione di bonifica assunse il carattere ed il valore di un vero e proprio intervento integrale, in quanto gli obiettivi andarono ben oltre l'acquisizione di terreni artificiali. Tra l'altro, si pensò alla qualificazione dell'insediamento umano promuovendo l'avanzamento sociale ed una migliore condizione di vita e di lavoro per i residenti.

 

Vennero assunte iniziative riguardanti l'edilizia rurale tese a rispondere alle esigenze che l'utilizzo intensivo della terra bonificata determinava i termini di confort abitativo e lavorativo dei contadini, ossia di accrescimento di livello di dignità della residenza colonica, non per lusso ma sotto il profilo igienico e funzionale.

Tale esigenze vennero denunziate, a partire dall'ottobre 1769, proprio dallo stesso Pietro Leopoldo, anche Gran Maestro dell'Ordine di Santo Stefano, il quale durante la sua visita in Valdichiana alle fattorie della "Religione di Santo Stefano" (Montecchio, Bettolle, Foiano e Fonte al Ronco) osservava che - la maggior parte delle case dei contadini delle fattorie suddette sono cattive, ristrette e male proporzionate al gran numero delle persone che sono in famiglia -.

 

Di nuovo, a distanza di nove anni, nel maggio del 1778 il Granduca fece ritorno a Bettolle e nel corso della sua visita si poté compiacersi che nella fattoria di Bettolle - le case sono ragionevoli, le nuove molto buone -.

Così per suo volere i poderi formatisi sui nuovi terreni coltivabili lungo il Canale Maestro della Chiana, diventavano uno dei principali ambiti di sperimentazione dell'aggiornamento  tipologico dell'edilizia colonica; una sperimentazione progettuale che, basandosi sulla pratica tradizionale, sulle prescrizioni contenute nel "trattarello del Morozzi", cercava di giungere ad un prodotto formale che sapesse esprimere l'integrazione fra spazio residenziale, ambienti di lavoro ed ambienti per l'immagazzinamento dei raccolti.

 

Così le normali rampe di scale esterne più che acquistare rilevanza architettonica, assumevano significato per il loro posizionamento ed il loro uso in quanto era bene che fossero - coperte per la parte di tramontana, perché il verno nel dover andar di notte a rivedere gli bestiami non siamo esposti i guardiani ai rigori del North, con l'uscire dal caldo o dal letto, ed incontrare tosto il nudo freddo con l'arrabbiato soffio dei venti settentrionali -, per cui era necessario che la scala, continuamente scesa e salita - dalla famiglia del podere per causa de' bestiami, fosse coperta con tettoia, per salvarla dalle nevi e dall'acque che ivi gelandosi potrebbero apportare la caduta di qualcheduno -. Allo stesso modo il portico a piano terra perdeva attributi aulici, per diventare, a ragione del clima temperato ed in rispetto della tradizione mediterranea, l'espansione interesterna della casa, ossia il luogo protetto per riporre gli attrezzi, per svolgere - le faccende nel tempo di pioggia -, per preparare le bestie prima di condurle nei campi, e la loggia al primo piano si rendeva usufruibile come verone ombrose, per accudire a lavori domestici ed a piccole attività artigianali.

 

Le stalle non erano viste come indifferenti contenitori e generici ricoveri, ma considerate ciascuna quali apposite risposte ai bisogni delle bestie, per cui quelle riservate ai buoi o ai cavalli, entrambi sofferenti per il freddo, era opportuno esporle a levante e difenderle dalla tramontana, per il cavallo che - ha piacere di tenere la testa elevata -, la mangiatoia - va alta -; le stalle destinate ai muli conveniva invece orientarle a nord e renderle sfogate e bene illuminate - perché il proverbio dice che la mula impazza in luogo caldo, basso e oscuro - ; mentre per il maiale, che - diversifica assai dagli altri animali - gli stalletti dovevano essere sterrati - per la proprietà dell'animale che gode di sconvolgere con l'aguzzo grugno il terreno, e rivoltarsi nel pantano - , ed esposti a settentrione perché il suino - tanto migliore più grasso e forte diviene al freddo, quanto per il contrario floscio, debole e magro diventa col caldo -.

Anche la colombaia più che come elemento caratterizzante, collocato nel - luogo più eminente della casa, e sollevata da tutti i tetti a guisa di torricella - , andava riguardata come necessaria appendice edilizia - coperta bene dal tramonto perché hanno piacere i colombi di stare molto al sole, e sono nemici del freddo -.

 

Per Bettolle, così come per la Valdichiana in generale, veniva adottato il tipo di casa colonica a blocco ed isolata, sviluppata su due piani, coperta da tetto a padiglione, sormontata dalla torretta centrale ed arretrata della colombaia, caratterizzata sulla facciata meridionale da portico e loggia ad una, due o tre aperture, e dimensionata alle capacità lavorative della famiglia numerosa.

Più precisamente, sotto l'aspetto planimetrico distributivo, di tipo edilizio si articolava in un pian terreno pavimentato in pietra e adibito a stalle, cantina, tinaia, ed in un piano superiore, pavimentato a mattoni, riservato all'abitazione vera e propria con le camere disposte a corona intorno al grande vano, di passo, della cucina dotata di un capiente focolare, considerata il "cuore" della casa, la stanza - a stare e a fare e, da riguardare come la parte primaria dell'abitazione - dei contadini, essendo la cucina stessa - il loro salotto da pranzo ed insieme quello da conversazione e da lavoro - dove trascorrono - trafficando le giornate piovose e le lunghe giornate d'inverno -.

 

Nel territorio di Bettolle numerose sono le costruzioni rurali con le caratteristiche sopra evidenziate, alcune delle quali hanno mantenuto integralmente lo "status" originario.

 

(estratto da Bettolle a cura della PRO-LOCO)